Perché c’è sfaccendato e sfaccendato, non sempre sono tutti uguali.
C’è lo sfaccendato per pigrizia e debolezza di carattere, di basso profilo: vedi un po’ se sia giusto ritenermi tale.
Poi c’è l’altro sfaccendato: lo sfaccendato controvoglia, che è roso all’interno da un grande desiderio di azione, che non fa nulla, perché non può fare nulla, perché è come prigioniero di qualcosa, perché non ha ciò che gli sarebbe necessario per essere produttivo, perché la fatalità delle circostanze lo porta a essere così; uno non sempre consapevole di quel che potrebbe fare, ma che lo sente istintivamente: eppure sono capace di qualcosa, esisto per qualche ragione! So che potrei essere un uomo del tutto diverso! A cosa dunque potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa dentro di me? Che cosa?
Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale.
Un uccello in gabbia in primavera sa benissimo che c’è qualcosa per cui sarebbe adatto, sente benissimo che c’è qualcosa da fare, ma non può farlo: cos’è che non può fare? Non ricorda bene, poi ha qualche vaga idea, e dice tra sé: “Gli altri fanno il nido, fanno i piccoli e allevano la covata”; allora dà con la testa contro le sbarre della gabbia. Ma la gabbia resta lì, e l’uccello è pazzo di dolore.
”Ecco un fannullone” dice un altro uccello che passa di là, “quello è come uno che vive di rendita”. Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. “Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!”
Un uomo sfaccendato assomiglia a un uccello sfaccendato.
E gli uomini sono spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so qualche gabbia orrenda, orrenda, spaventosamente orrenda.
Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede “Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l’eternità?”.
Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte.